| Il miglioramento della produzione agricola è funzione di: | ||||
| -terreno |
a dispetto delle possibilità di incremento della loro disponibilità, vengono generalmente considerate limitate |
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| -acqua | ||||
| -energia | ||||
| -piante coltivate | sono risorse rinnovabili | |||
| -animali domestici | => la produttività biologica è un campo molto attivo | |||
| -microrganismi |
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le biotecnologie vi contribuiscono con tecniche di:
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Le ricerche hanno lo scopo di ottenere
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Dopo la II guerra mondiale hanno inizio le ricerche per la selezione di nuove varietà di cereali ad alto rendimento. Le varietà di frumento e riso vennero selezionate in Messico e nelle Filippine. L'espressione "Rivoluzione Verde" indicava, a partire dalla metà degli anni '60 gli sforzi fatti per accrescere la produzione agricola nei paesi in via di sviluppo, soprattutto grazie a queste nuove varietà, grano e riso, generalmente a steli corti e rigidi, che reagiscono bene ai concimi e resistono ai più comuni patogeni.
Oltre alle ricerche sul frumento ed il riso, questi lavori riguardavano anche miglio, sorgo, triticale, mais, come anche molte specie di leguminose.
I risultati ottenuti sono da attribuire alle ricerche classiche della genetica vegetale e del miglioramento delle piante.
Le tecniche consistono nel trasferire degli insiemi di caratteri cromosomici attraverso incroci; poiché la maggior parte delle piante alimentari possiedono un alto grado di ploidia (specie tri-, tetra-, ed anche esaploidi), un gran numero di caratteri si manifesta nella discendenza originata da questi incroci ed il ruolo del selezionatore è di trovare in essa gli individui che possiedono i caratteri richiesti.
La II Rivoluzione Verde iniziata dopo la metà degli anni '70 fa uso delle colture di cellule, protoplasti e tessuti e delle tecniche di ricombinazione genetica per creare nuove varietà utilizzando i meccanismi molecolari e cellulari che sono alla base della diversità biologica.
Sul piano metodologico si tratta di una scorciatoia considerevole e nello stesso tempo di una grande scommessa.
La ricombinazione degli acidi nucleici e la sua progressiva adozione nei vegetali, in effetti, hanno come conseguenza l'eliminazione delle barriere che si oppongono alla comparsa di specie diverse. Essa offre anche la possibilità di accrescere la variabilità genetica che è seriamente diminuita in seguito alla distruzione dello habitat delle specie selvatiche e che rende alcune specie e varietà coltivate molto vulnerabili agli agenti patogeni ed ai parassiti.
A fianco dei centri di conservazione del germoplasma (in numero ancora molto limitato), le colture di cellule e di tessuti ed il controllo di milioni di linee cellulari saranno sempre più dei fattori essenziali della variabilità e della diversità genetica.
La clonazione degli acidi nucleici permette anche di
scoprire dei virus nei tessuti vegetali e di eliminare le piante infette.
Colture di tessuti
Nel 1949, si era osservato che il meristema apicale di una pianta infettata da un virus (cioé la piccola massa di cellule indifferenziate, con una dimensione inferiore al decimo di millimetro, situata all'estremità dello stelo o del fusto, che cresce costantemente ed origina gli organi della pianta) era, quasi indenne. Anche i semi prodotti da una pianta infetta erano molto spesso sani.
Il meristema si moltiplica per originare una piccola pianta che porta 5-6 foglie; dopo alcune settimane, lo stelo viene diviso in 5 o 6 microtalee che, in condizioni favorevoli, si trasformano in piante complete. I vantaggi sono notevoli: un meristema di lampone può produrre anche 50.000 discendenti per mezzo della coltura in vitro, quando le tecniche classiche di propagazione ne forniscono soltanto 50 per anno; Un altro vantaggio della coltura in vitro dei meristemi è l'ottenimento di piantine, in particolare nelle piante annuali.
Il rischio più grave di questa tecnica di propagazione vegetativa è quello della diminuzione della variabilità genetica;
È dunque necessario, oltre al perfezionamento delle tecniche di produzione di massa di alcune specie di piante, creare delle banche di geni per conservare i patrimoni ereditari indispensabili al mantenimento della variabilità genetica.
Molte specie di piante coltivate vengono propagate per via agamica con lo scopo di conservare alcune caratteristiche varietali essenziali, sia perché sono sterili, sia perché il loro genoma è troppo complesso e quindi la riproduzione gamica rischia di determinare delle gravi variazioni fenotipiche. In queste specie appaiono talvolta dei cloni diversi dalle linee parentali: sono delle varianti somatiche, che provengono da cambiamenti genetici nelle cellule dei meristemi (modificazione del numero dei cromosomi nel nucleo, mutazioni a livello di alcuni loti genici, cambiamenti a livello dei geni extranucleari nei cloroplasti o nei mitocondri). Molte varietà coltivate derivano da varianti somatiche: il pompelmo rosa, il mandarancio, la pesca nettarina (o nocepesca) e molte varietà di patata. Nella batata (patata dolce o patata americana), la frequenza di queste varianti somatiche può arrivare al 2% e la conservazione della purezza varietale attraverso le abituali tecniche di propagazione vegetativa è un problema.
Gli sforzi compiuti dopo la metà degli anni '70 per ottenere la moltiplicazione vegetativa della palma da olio attraverso le tecniche della coltura in vitro meritano, per le loro conseguenze sul piano economico una menzione particolare. In Costa d'Avorio, le piante selezionate dallo Institut de recherche sur les huiles et les oléagineux (IRHO) producevano più di 4 t/ha/anno di olio contro 1 t/ha/anno delle piante non selezionate; in Colombia, con piogge meglio distribuite e suoli migliori, la resa poteva superare le 6 t/ha/anno. Il miglioramento attraverso l'incrocio è una tecnica che richiede molto tempo, perché si stima che occorrano dieci anni per giudicare in modo soddisfacente i risultati. I ricercatori si erano quindi indirizzati verso la moltiplicazione vegetativa degli individui aventi una produzione elevata. Ma la palma da olio non forma dei polloni naturali, le foglie non radicano naturalmente e non è possibile prelevare dal suo tronco dei ramoscelli che potrebbero essere trapiantati. I ricercatori non avevano altra scelta che di ricorrere alla coltura dei tessuti in vitro. Né la radicazione in vitro di piccoli pezzi di fusto con molte gemme, né la coltura di meristemi era stata possibile nel caso della palma da olio. Era stato allora necessario decidersi ad ottenere delle masse di tessuto non organizzato, o callo, in seguito ad una «dedifferenziazione» di tessuti di organi differenziati, quindi coltivare questi calli fino a quando non giungevano alla rigenerazione di una plantula completa. I ricercatori della società Unilever e quelli francesi dell'IRHO e dello ORSTOM (Office de la recherche scientifique et technique outremer) riuscirono a farlo . La tecnica messa a punto dai ricercatori dello IRHO e dello ORSTOM consiste nel prelevare delle foglie giovanissime alla sommità dell'albero, senza ledere il meristema della gemma apicale (perché in tal caso l'albero muore). In un primo mezzo di coltura, si formano nel giro di 90 giorni, i calli partendo dai frammenti delle foglie; dopo il passaggio su un secondo ed un terzo mezzo di coltura i calli si trasformano in «embrioidi», che sono molto simili agli embrioni originati dalla riproduzione sessuale. Gli embrioni si automoltiplicano spontaneamente e questa moltiplicazione viene favorita in un quarto mezzo di coltura; il numero di questi embrioni può triplicarsi in un mese, in tal modo una decina di loro ne producono in un anno più di centomila. Un quinto mezzo di coltura permette lo sviluppo degli embrioni in plantule complete di foglie, mentre un sesto ed un settimo mezzo favoriscono la radicazione. Sono necessari tre mesi per passare dallo stadio di «embrioide» a quello di plantula la cui parte aerea è alta una dozzina di centimetri. La produzione di plantule che utilizza questa tecnica di clonazione venne realizzata, all'inizio del 1981, in scala semi-industriale presso il centro di ricerca di La Mé in Costa d'Avorio.
Concludendo, milioni di plantule di palma da olio, dalle caratteristiche ben definite dovrebbero poter essere distribuite nei paesi tropicali interessati.
Colture di cellule e di protoplasti
Nel 1971, Takebe ed i suoi collaboratori erano riusciti ad ottenere dei protoplasti lisando la membrana di cellule di foglie di tabacco con una cellulasi ed una pectinasi. I protoplasti venivano coltivati in un mezzo dove potevano dividersi per dare origine a dei calli, dai quali era possibile rigenerare una pianta completa. Più del 90% dei cloni ottenuti, chiamati protocloni, presentavano una grande somiglianza con le linee parentali, tanto sul piano fenotipico che su quello genotipico. I protoplasti, in questo caso del tabacco, permettevano così di evitare la variabilità che caratterizza le altre tecniche di produzione dei cloni.
Nel caso della patata non era stato possibile selezionare, nonostante le attive ricerche condotte fin dal 1905 in Europa ed in America settentrionale, una coltivar che avesse una resistenza alla maggior parte delle malattie gravi, una rapida adattabilità a nuove condizioni biogeografiche, delle caratteristiche agronomiche interessanti, e soprattutto una eccellente resa. Negli Stati Uniti nel 1980 venivano coltivate quattro varietà sul 72% della superficie coltivata a patata; la più caratteristica tra loro era la Russet Burbank. L'origine della varietà Russet Burbank, che contribuisce a circa il 40% della produzione totale degli Stati Uniti, risale al 1875, quando il botanico Luther Burbank selezionò una plantula dalla progenie originata da un frutto di patata. I lavori di Burbank possono essere tanto più apprezzati se si pensa che, dopo lo inizio degli anni '30 i selezionatori americani avevano esaminato più di venti milioni di piante di patata senza riuscire ad isolare una varietà così interessante come la Russet Burbank.
L'obbiettivo principale era di aumentare la resistenza della patata agli agenti patogeni. Nel 1977 Shepard e Totten (in Shepard et al., 1980) avevano messo a punto delle tecniche di rigenerazione di piante partendo dai protoplasti delle cellule fogliari della coltivar Russet Burbank. Shepard et al. (1980) esaminarono in questo modo più di diecimila protocloni della coltivar Russet Burbank.
Shepard (1982) aveva constatato che a differenza dei protocloni del tabacco quelli della Russet Burbank non erano identici alla linea parentale, né somiglianti tra loro. In alcuni di questi protocloni, chiamati varianti fenotipiche, le differenze tra gli individui erano molto piccole ed infatti la maggior parte dei caratteri della cultivar originale venivano conservati (in particolare veniva conservato il numero iniziale di 48 cromosomi). Le ricerche di Shepard e dei suoi collaboratori dimostravano dunque che i cloni ottenuti partendo dai protoplasti fogliari di patata (Russet Burbank) non erano identici e che le variazioni fenotipiche ottenute erano la conseguenza di modificazioni genetìche nelle cellule somatiche, la cui esatta natura era ancora da stabilire.
I risultati ottenuti in laboratorio potrebbero progressivamente avere delle applicazioni in condizioni naturali ed allargare il campo delle ricerche agronomiche. La rigenerazione di piante complete da colture di cellule o da calli tissutari potrebbe essere estesa ad altre specie importanti come la manioca, la soia o a delle varietà cerealicole che sono refrattarie ad un tale sistema di rigenerazione.
Fusione di protoplasti; piante aploidi
La fusione dei protoplasti permetterebbe di aumentare la possibilità di ottenere ibridi vegetali. Questa promettente tecnica di ibridazione non segue più la naturale via sessuale, che aveva permesso di ottenere, con più o meno difficoltà, degli ibridi tra il frumento e la ségale (triticale), e tra il cavolo ed il rafano (rafanobrassica).
È stata realizzata la fusione dei protoplasti di molte specie, generi e famiglie vegetali e le ricerche riguardano i mezzi per ottenere, dopo la fusione, la rigenerazione di organismi completi.
Nelle piante diploidi però è molto raro che una mutazione colpisca i due geni (alleli) dei due cromosomi omologhi; l'individuo è generalmente eterozigote (i due geni sono diversi) e si esprime solo il gene dominante e non il recessivo. negli individui aploidi invece le mutazioni si menifestano immediatamente. Gli individui aploidi sono sterili, ma è possibile duplicare artificialmente il loro genoma, per esempio con la colchicina, per ottenere delle piante fertili, diploidi ed omozigoti. La coltura dei granuli pollinici è divenuta la sorgente principale di piante aploidi nelle specie ornamentali, orticole, cerealicole o foraggere. I granuli pollinici potrebbero essere utilizzati, in maniera più semplice dei protoplasti, nelle esperienze di trasformazione genetica, per ottenere delle piante con delle caratteristiche particolari.
Coltura delle cellule vegetali e produzione di sostanze utili
La coltura in massa di cellule vegetali era stata messa a punto dopo il 1976 dai ricercatori giapponesi, che erano riusciti a coltivare la biomassa corrispondente a 20 metri cubi. L'estrazione delle sostanze utili da questa biomassa vegetale presuppone la distruzione delle cellule, come nel caso dei microrganismi, ma sono state eseguite delle ricerche per evitare questa distruzione, in quanto una determinata massa di cellule vegetali è molto più difficile da ottenere di una equivalente di batteri o di lieviti. L'immobilizzazione delle cellule vegetali entro dei polimeri sembra la soluzione più comoda. Le cellule debbono rimanere vive in questi polimeri per dei periodi di tempo sufficienti affinché lo sfruttamento sia redditizio. Sembra che siano stati ottenuti dei tempi di sopravvivenza di molte centinaia di giorni (in Hennequín, Steck e Roncucci, 1982). Ma è necessario anche poter recuperare facilmente i metaboliti sintetizzati, perché si accumulano generalmente nei vacuoli delle cellule,invece di essere escreti nel mezzo di coltura. Secondo numerosi esperti, questo è il problema essenziale dell'utilizzazione delle cellule vegetali per la produzione di sostanze utili. Un'altra difficoltà è quella di poter disporre di quantità sufficienti di materiale vegetale omogeneo e di ceppi stabili, il che richiede dei mesi o degli anni a seconda della specie.
La coltura di cellule di piante tropicali ancora non molto conosciute biochimicamente, il cui prezioso patrimonio genetico potrebbe essere conservato in collezioni specializzate, contribuirebbe alla scoperta di nuove sostanze terapeutiche. Le conoscenze e l'esperienza già acquisite nel campo dell'immobilizzazione delle cellule microbiche e dei loro enzimi e sul funzionamento di questi bioreattori apporteranno senza dubbio un prezioso contributo alla messa a punto di una tecnologia adatta alla coltura delle cellule vegetali, il cui grande potenziale di variabilità biologica può essere sfruttato sul piano biochimico.
Ampliamento ed incremento della fissazione biologica dell'azoto atmosferico
Le ricerche sulla fissazione biologica dell'azoto atmosferico vengono condotte in molti paesi non solo per migliorare l'efficacia di questo processo essenziale per:
il funzionamento del ciclo dell'azoto nella biosfera e per
l'incremento della produttività dei vegetali, ma anche per
creare delle associazioni simbiotiche azotofissatrici oltre quelle esistenti tra le leguminose ed i batteri del genere Rhizobium. La creazione di tali associazioni tra microbi azotofissatori e cereali potrebbe avere delle importanti applicazioni in campo agronomico come, a più lungo termine, il trasferimento, dai batteri alle piante, dei geni della fissazione dell'azoto (Evans e Barber, 1977; Elmerich, 1979).
La migliore conoscenza delle associazioni simbiotiche azotofissatrici ha avuto come conseguenza di rendere più efficace la manipolazione e l'utilizzazione degli inoculi delle leguminose, mentre la conoscenza dei meccanismi di regolazione della nitrogenasi ha migliorato l'impiego dei fertilizzanti (concimi azotati e solforati, molibdeno). Questi progressi, che sono una prova della efficacia della ricerca interdisciplinare, fanno intravedere anche delle promettenti prospettive per l'applicazione in agricoltura dei risultati delle ricerche di base attesi nei seguenti campi:
- Sfruttamento delle possibilità offerte dalle associazioni simbiotiche azotofissatrici formate con leguminose tropicali e con specie arbustive non leguminose;
- Aumento dell'efficacia della fissazione e dell'assimilazione dell'azoto, agendo sui meccanismi genetici di regolazione del processo;
- Elaborazione di nuovi sistemi azotofissatori, ottenendo degli ibridi somatici tra le cultivars desiderate e le piante fissatrici, introducendo i geni della fissazione (nif) nei microrganismi simbionti o liberi;
- Trasferimento della capacità di fissare l'azoto nei vegetali, utilizzando, come vettori dei geni nif, dei virus o dei plasmidi autotrasmissibili,
In conclusione:
Le ricerche di base destinate ad ottenere il trasferimento e l'espressione dei geni della fissazione dell'azoto nelle cellule di vegetali superiori porteranno molto verosimilmente a delle scoperte interessanti. In questo caso, saranno indispensabili altre ricerche e verifiche prima di prendere in considerazione la loro applicazione in campo agricolo. Hardy (1976) aveva stimato che era necessario un tempo minimo di dieci anni per poter applicare, in campo agronomico, una scoperta teorica come, per esempio, l'estensione della simbiosi azotofissatrice ai cereali. Se un cereale azotofissatore si potesse ottenere in laboratorio, sarebbero necessarie molte prove e verifiche prima di coltivarlo normalmente e di propagarlo, cioè da dieci a venti anni. Comunque sia, viene attribuita a queste ricerche una importanza sempre più grande. Lo U.S. Departement of Agriculture, per esempio, accorda la priorità alle ricerche sulla fissazione biologica dell'azoto atmosferico che possono portare ad un aumento della produttività vegetale: nel 1980, i contratti di ricerca finanziati in questo campo rappresentavano il 25% dell'insieme dei finanziamenti destinati alla ricerca in biologia vegetale.
Le manipolazioni genetiche applicate all'agricoltura
Le piante sono rese transgeniche essenzialmente in due modi: con il metodo dell'Agrobacterium o con il metodo balistico. nel primo caso, dopo aver prelevato da un organismo il gene che ci interessa, lo si trasferisce nel plasmide del batterio del genere Agrobacterium, che funge da vettore del gene esogeno: il plasmide, una volta che la pianta è stata attaccata dal batterio, si integra nel DNA della pianta, trasferendovi il nuovo gene. Nel secondo caso, il gene esogeno viene utilizzato per rivestire particelle di metallo, oro o tungsteno di diametro molto piccolo delle dimensioni della cellula vegetale, che vengono letteralmente sparate dentro la cellula: è evidente quanto casuale e grossolano sia questo metodo.
Viene utilizzato anche un terzo metodo: quello dell'elettroporazione. Si sottopone la cellula a brevi impulsi elettrici che provocano l'apertura dei pori della membrana , permettendo l'ingresso al DNA estraneo.
Altri metodi di introduzione del DNA nelle piante sono:
Metodo Commento vettori virali metodo poco efficace per le piante trasferimento diretto del gene nei protoplasti della pianta si può applicare solo ai protoplasti delle cellule delle piante che si prestano a essere rigenerati in piante vitali fusione dei liposomi si può applicare solo ai protoplasti delle cellule vegetali rigenerabili in piante vitali microiniezione ha limitata utilità perchè si può iniettare una sola cellula alla volta;esige la prestazione di un individuo molto competente