da Biotec (rivista bimestrale di biotecnologia),
di Gabriele Milanesi - Membro del Comitato Nazionale per la Biosicurezza e le Biotecnologie
Per la scienza è come per la religione: non è obbligatorio crederci. Una volta fatta la propria scelta, tuttavia, è bene essere coerenti. Così, come uno scienziato non può permettersi di tirare in ballo i miracoli per spiegare esperimenti dai risultati inattesi, analogamente chi si sia fatto su di un argomento una precisa opinione basata prevalentemente su convinzioni religiose, ideologiche, politiche, necessità stipendiali o quant'altro, dovrebbe poi essere estremamente cauto nell'utilizzare argomentazioni scientifiche a sostegno delle proprie idee. Le pittoresche manifestazioni di Greenpeace e di altri gruppi ambientalisti a Genova in occasione del convegno Tebio sulle moderne biotecnologie, e i vari commenti che ne sono seguiti sui giornali e in TV, hanno riproposto in modo evidente questo problema di coerenza. Ero anch'io a Genova, tra gli assediati. Nella sala del Convegno era presente anche un gruppo di ragazzi che dispiegavano una striscione con la scritta: "Il mondo non è in vendita", una proposizione dalla quale è difficile dissentire. Ho provato a chiedere a tre di loro quali fossero i principali transgeni utilizzati nelle piante transgeniche: mi hanno guardato come qualcuno che non aveva assolutamente capito il problema, che era costituito, mi è stato detto, dall'invadenza delle multinazionali. Queste utilizzano prodotti pericolosi ed espongono il mondo a gravi rischi (non so se fossero incluse anche le multinazionali dell'automobile, i cui prodotti, come è noto fanno circa 8000 morti all'anno solo in Italia). Questi giovani missionari hanno tutta la mia simpatia, perché sono coerenti. Hanno un'ideologia rigorosa, una fede totale in alcuni principi fondamentali (come la non commerciabilità del mondo, appunto) e non si interessano minimamente alle argomentazioni scientifiche correlate. Anche chi considera inapplicabile ai prodotti biotecnologici il cosiddetto "principio di precauzione" (il quale è un modo un po' pomposo per dire semplicemente che quando non si conosce bene una cosa è bene studiarla prima di usarla) ispira una certa tenerezza. Per queste persone la complessità dei sistemi biologici è fonte di sconforto e diffidenza; esse sono convinte che siccome non sarà mai possibile raggiungere certezze definitive sugli eventuali rischi posti dalla modificazione genetica di piante o batteri o animali, sia meglio lasciar perdere. Naturalmente queste persone, per essere coerenti, non dovrebbero mai azzardarsi, ad esempio, ad assumere un qualunque farmaco, dall'aspirina agli antibiotici agli antiipertensivi a qualunque altra molecola che interagisca in qualche modo con l'organismo, in quanto per nessun farmaco esiste la certezza che non possa nuocere. La nocività viene infatti valutata solo in termini probabilistici, attraverso opportune sperimentazioni prima sugli animali e poi sull'uomo, che dimostrano che la probabilità che un farmaco possa avere effetti indesiderati o inattesi è inferiore ad un dato valore. L'uso da parte del pubblico nel corso degli anni contribuisce poi ad affinare ed eventualmente a correggere questa probabilità. Opporsi al principio di precauzione significa letteralmente assumere che le sperimentazioni volte a valutare eventuali rischi posti dagli organismi geneticamente modificati non servono a niente, in quanto non daranno mai certezze sull'argomento. Ma la certezza, in termini scientifici, sappiamo che non esiste. Perfino le leggi di Newton sono risultate approssimative. La scienza è fatta di dati sperimentali e della loro interpretazione più ragionevole, in attesa di nuovi dati sperimentali e di interpretazioni più profonde. Rifiutare il principio di precauzione equivale sostanzialmente a rifiutare l'approccio scientifico, una posizione oscurantista ahimé abbastanza diffusa nel mondo di oggi e non solo in tema di biotecnologie. Come chi crede negli oroscopi, tuttavia, anche chi non crede nell'approccio scientifico all'alba del 21° secolo fa un po' tenerezza. Diverso invece è il caso di chi, anche in buona fede, cerca di usare argomentazioni scientifiche approssimative o errate a sostegno delle proprie convinzioni. I danni causati da queste esternazioni presso il grande pubblico possono essere assai gravi e di difficile riparazione. Vediamone qualche esempio. Uno dei cavalli di battaglia degli oppositori delle biotecnologie è la resistenza agli antibiotici. Nella produzione di piante transgeniche viene usato infatti un gene batterico che conferisce resistenza all'antibiotico neomicina e derivati (di nessuno interesse clinico), per facilitare la selezione delle piante che hanno incorporato anche il "transgene" di interesse. Uno stratagemma per accelerare il lavoro sperimentale, oggi evitabile e che le ditte coinvolte stanno rapidamente eliminando dai loro protocolli, visto il clamore che sta suscitando. II rischio che questa procedura comporta, secondo alcuni sempreverdi, è che il gene di resistenza contenuto nei vegetali che noi mangiamo possa essere incorporato nei batteri che vivono nel nostro intestino e in seguito trasmesso a batteri patogeni, che diverrebbero così a loro volta resistenti alla neomicina e quindi più pericolosi. Un fatto che, come quasi tutto a questo mondo, non può a priori essere escluso, anche se deve ancora essere dimostrato. Ma con che probabilità potrebbe avvenire? E soprattutto, che rilevanza avrebbe? Proviamo a fare qualche calcolo. Esistono in ogni momento nel nostro intestino, secondo una stima conservativa, oltre 1014 batteri (oltre centomila miliardi) suddivisi in circa 300 specie. Questa popolazione naturale viene esposta ogni anno a una quantità impressionante di molecole di DNA: una bistecca di 100g contiene circa dieci miliardi di corredi genetici di bue. Eppure, se noi cerchiamo un gene di bovino nel genoma dei batteri dell'intestino umano, anche con i più sofisticati mezzi di analisi, non lo troviamo. Ciò non significa naturalmente che un gene presente nel cibo, dopo essere stato sottoposto alla degradazione operata nello stomaco e nell'intestino, non possa sopravvivere in qualche modo ed essere internalizzato da qualche batterio della flora intestinale. Significa solo che ciò può avvenire con una probabilità molto bassa, tanto bassa da non permetterne la rivelazione. Una probabilità presumibilmente non dissimile (e quasi certamente molto minore) dal tasso di mutazione naturale per la resistenza a un antibiotico. E qui sta il punto. Ognuna delle specie batteriche dell'intestino è presente mediamente con una popolazione di oltre 1011 individui. La frequenza di mutazione naturale per la resistenza ad antibiotici è di circa uno su dieci milioni. In altre parole, per ogni specie batterica della flora intestinale esistono già in ogni momento nel nostro intestino almeno diecimila batteri resistenti all'antibiotico in questione. E ciò vale per ogni antibiotico passato, presente e futuro. Quindi, l'ipotetica incorporazione del gene di resistenza alla neomicina in un batterio rappresenterebbe solo uno fra almeno diecimila eventi genetici (mutazioni) equivalenti che si verificano spontaneamente in un determinato tempo nel nostro intestino. La probabilità che il gene di resistenza proveniente dal cibo venga in seguito trasmesso a batteri patogeni è uguale a quella che venga trasmesso uno qualunque degli oltre diecimila geni di resistenza insorti naturalmente: un effetto trascurabile sulla nostra vita quotidiana. Chi sostiene tesi catastrofiche sulla disseminazione intestinale dei transgeni non ha fatto, evidentemente, queste semplici considerazioni. E soprattutto ha dimenticato che perché avvenga evoluzione, oltre alla mutazione, è necessaria la selezione.Selezione che nel caso della resistenza agli antibiotici non avviene nel nostro intestino, bensì negli allevamenti di polli, suini e bovini, dove gli animali vengono nutriti con diete contenenti antibiotici per favorirne la crescita. Un'esposizione costante ad agenti selettivi (antibiotici) che costituisce il modo migliore per selezionare batteri patogeni resistenti, come dimostrano le recenti epidemie di salmonellosi, per alcune delle quali è stato possibile risalire non solo all'allevamento ma all'animale portatore del ceppo patogeni resistente. Ma naturalmente, protestare di fronte alle stalle fa molto meno notizia che lottare contro le multinazionali. Un'altra intollerabile fonte di rischio, secondo gli oppositori delle biotecnologie, è costituita dal fatto che l'introduzione di geni di specie diverse nel corredo genetico di vegetali porta alla creazione di individui dalle proprietà imprevedibili, perché non hanno superato il vaglio della selezione naturale. Selezione naturale?! Ma per favore! Non una sola varietà di vegetale coltivata oggi dagli agricoltori sopravviverebbe una stagione in condizioni naturali. Tutti gli animali da allevamento esistono solo perché li abbiamo selezionati noi e sopravvivono solo grazie alla nostra protezione. La selezione naturale non esiste dove esiste l'agricoltura, che è anzi il suo esatto contrario. E probabilmente non esiste più ormai in nessuna parte del mondo, un fatto che può dispiacere a molti (a me, come biologo, ispira una profonda e rassegnata tristezza), ma che è la diretta conseguenza dell'esistenza e della predominanza della specie umana. Tutti i prodotti dell'agricoltura derivano da secoli di incroci tra varietà con caratteri pregiati, eliminando caratteri "selvatici", diventati inutili nelle condizioni di coltivazione attuali. Ognuno di questi incroci, ancora oggi, fa passare da una varietà all'altra centinaia di geni ancora sconosciuti, alcuni dei quali in combinazioni potenzialmente dannose per il consumatore. Per questa ragione, ogni nuova varietà coltivabile, prima di essere commercializzata, deve subire una serie di analisi biochimiche, biologiche ed allergologiche volte a rivelare eventuali nocività. A differenza dagli incroci tradizionali, nelle piante transgeniche i geni introdotti sono in numero limitato (in genere uno, oltre al fatidico marcatore di resistenza alle neomicina), i loro prodotti sono facilmente identificabili ed il loro effetto certamente più facile da studiare che nel caso di centinaia di geni sconosciuti. Infatti, quando una ditta americana ebbe la poco brillante idea di inserire nella soia un gene proveniente da una noce brasiliana per aumentarne il contenuto proteico, il fatto che il prodotto del transgene provocava allergie fu subito riconosciuto e quella soia transgenica non arrivò mai al mercato. Più serie sono le considerazioni sulla possibilità che i vegetali transgenici coltivati in campo possano trasmettere a specie selvatiche caratteri come la resistenza ad erbicidi o ad insetti o a virus, creando varietà superinfestanti. Anche qui è bene puntualizzare che i geni delle piante non si diffondono nell'ambiente come i fertilizzanti o i disinfestanti, ma possono trasmettersi solo attraverso incroci tra varietà di una stessa specie o tra specie strettamente imparentate. Esistono effettivamente piante selvatiche che possono, in condizioni sperimentali, incrociarsi a diverse specie coltivate, quali girasole, sorgo, cucurbitacee. Supponendo che la vicinanza al campo coltivato permetta il verificarsi di questi incroci, i geni di resistenza delle piante transgeniche potrebbero passare ad alcune piante selvatiche. Per questi nuovi ibridi, solitamente sterili, si riproporrebbe tuttavia il problema della selezione: solo in presenza dell'agente selettivo essi potrebbero avere il sopravvento sulle piante selvatiche normali. Per i raccolti transgenici coltivati finora (circa 40 milioni di ettari nei soli Stati Uniti) non si sono osservate fughe rilevanti di transgeni verso specie selvatiche, ma il problema va comunque affrontato e studiato seriamente nel modo più diretto, cioè con sperimentazioni in campo controllate. Questo era esattamente lo scopo delle colture sperimentali di vegetali transgenici che sono state distrutte a più riprese da dimostranti ecologisti in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. II risultato di quelle sperimentazioni non si saprà mai e forse è proprio questo che i dimostranti volevano. Le sperimentazioni tuttavia saranno ripetute e i loro risultati analizzati da gruppi di esperti di diversa estrazione: biologi molecolari, genetisti vegetali, ecologisti. Inoltre, sono allo studio stratagemmi genetici per le piante transgeniche che renderebbero praticamente impossibile il trasferimento dei geni di interesse alle varietà selvatiche. Con un approccio scientifico, gradualmente, si arriva quasi a tutto: usando, come si diceva sopra, le dovute precauzioni.