«Non è mi modo per indicare la diffusa e non
sempre razionale avversione dei consumatori a questi prodotti. Parliamo
d’allergie vere, dovute al gene estraneo introdotto nell'alimento. Questo
gene, infatti, codifica una proteina che può scatenare la reazione allergica
(con tanto di vomito, diarrea, orticaria, o addirittura shock anafilattico) in
persone predisposte e ignare della sua presenza. A casi più noti, finora,
riguardano la soia modificata con un gene della noce brasiliana che ne
arricchisce il contenuto proteico, ma può causare reazioni indesiderate»,
spiega Federico Cozzolino, dirigente di ricerca dell'Istituto di
neurobiologia e medicina molecolare del Cnr a Roma, «Ma il problema non è
costituito dal gene estraneo in sé; si tratta di normalissime allergie
alimentari, complicate dal fatto che la persona non è informata della presenza
del possibile elemento a rischio nel prodotto».
Gli episodi più eclatanti si sono verificati
negli Stati Uniti, e hanno portato al ritiro dei prodotti "incriminati"
dal mercato (con danni per milioni di dollari) e a varie inchieste federali. In
Europa queste notizie hanno accentuato le già accese polemiche sulle
biotecnologie e sui limiti alla loro applicazione. Soprattutto dopo il 15
febbraio scorso (2001), quando una decisione del Parlamento europeo ha sospeso
la moratoria che, di fatto, era in atto nella maggior parte dei paesi
dell'Unione e che vietava il commercio di sementi geneticamente modificate e la
coltivazione libera a scopo commerciale. In altre parole, oggi
il commercio di queste sementi e la coltivazione sono praticamente liberi.
I consumatori sono preoccupati per le possibili
ripercussioni sulla loro salute: pericolo reale o isteria collettiva? In
effetti, tra le incognite degli alimenti transgenici una delle più discusse (e
concrete) è legata al rischio di allergie alimentari. I motivi?
Mentre
è facile testare la tossicità di un cibo, è molto più complicato accertarne
il potere allergenico, dal momento che esso, varia da individuo a individuo.
« Spiega Bruce Chassy, direttore aggiunto del Centro per le biotecnologie dell'Università dell'Illinois (Usa): «La tossicità di una sostanza si manifesta in tutte le persone che l'hanno ingerita. Per questo i produttori di OGM (organismi geneticamente modificati) devono stabilire se le proteine codificate dal nuovo gene hanno una qualsiasi omologia con tossine già note. Inoltre devono essere condotti test di tossicità utilizzando dosi di sostanza migliaia di volte più alte di quella che un essere umano sarebbe in grado di ingerire. L'allergicità è invece molto più difficile da valutare, perché le nostre conoscenze in materia sono ancoro limitate. Non basta evitare che una proteina con noti effetti allergizzanti venga inserita in un Ogm. Perché la maggior parte delle sostanze in grado di scatenare allergie in un gruppo di individui non sono state in passato riconosciute come tali». Si tratta insomma di una reazione a volte del tutto imprevedibile.
«La situazione è ancora più complicata»,
dice Raffaella Tinghino, ricercatrice del Laboratorio di Immunologia
dell'istituto superiore di sanità a Roma, «perché per definire l'allergenicità
di un cibo ricavato da vegetali transgenici si deve considerare sia l'organismo
da cui proviene il gene estraneo sia l'interazione di questo gene con il
patrimonio ereditario della pianta ricevente.
«E'
importante distinguere tra geni provenienti da sostanze già note come causa di
allergia (come le arachidi) e geni ricavati da alimenti di cui non è stata
accertata l'allergenicità, continua Tinghino.
In ogni caso si può fare riferimento a un elenco di proteine allergeniche conosciute sul quale operare un confronto. Se si trova una somiglianza con una proteina presente in un Ogm, si effettua un prelievo del sangue di persone allergiche e si utilizzano i campioni per studiare le reazioni degli anticorpi. Altri test (sempre in provetta), guardano la digeribilità della proteina. Se questa viene rapidamente degradata dagli enzimi della digestione non la si considera "a rischio” e potrà essere immessa sul mercato senza particolari indicazioni.
«Se la proteina in esame si dimostra causa di allergie, l'Ogm non potrà essere commercializzato per alimentazione umana», sottolinea Lorena Valdicelli, alimentarista del Comitato consumatori Altroconsumo, «ma potrebbe essere comunque usato per mangimi animali e restare sul mercato con il rischio di venir mescolato per errore o dolo in prodotti destinati all'uomo». E' questo, molto probabilmente, ciò che è avvenuto negli Stati Uniti con una farina di mais contenuta nelle tortillas del fast food Taco Bell, accusate di aver provocato reazioni allergiche ai clienti.
«Un'ulteriore complicazione è costituita da quei geni inseriti negli alimenti che provengono da organismi che non hanno mai fatto parte della nostra dieta», aggiunge Bruce Chassy. «Su di essi non possediamo dati e non possiamo escludere la possibilità di una reazione allergica nei consumatori. In ogni caso tra le centinaia di migliaia di proteine contenute nei cibi al momento solo 200 hanno dimostrato di provocare allergie. E devono essere presenti nella dieta per lungo tempo per indurre la sensibilizzazione.
«Ciò che ancora non è previsto», sottolinea Mariangela Miele, ricercatrice del Laboratorio di biotecnologie vegetali al Centro di biotecnologie avanzate di Genova, «sono le prove di allergenicità sull'alimento finale trasformato. I test effettuati riguardano solo la proteina». Dovrebbe inoltre essere valutato anche il valore nutrizionale degli alimenti geneticamente modificati che potrebbero creare seri problemi a chi soffre di diabete o altre malattie del metabolismo. Più in generale, anche chi non soffre di particolari disturbi ha comunque il diritto di sapere cosa sta mangiando.
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Come
si scatena una allergia |
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La
reazione allergica si sviluppa in due fasi. Fase 1 L'antigene viene individuato da cellule del sistema immunitario che lo presentano ai linfociti T. Questi liberano interleuchine, sostanze che attivano i linfociti B, una particolare classe di globuli bianchi produttori di anticorpi (o immunoglobuline) molecole incaricate di neutralizzare eventuali aggressori esterni. Nel caso di una persona allergica si verifica una superproduzione di una particolare classe di immunoglobuline, le IgE. Le quali si legano a cellule dette mastociti. Fase
2 Se l'organismo incontra di nuovo l'antigene, quest'ultimo si combina
con le IgE legate ai mastociti, che liberano allora vari mediatori chimici
(come l’istamina) i quali possono provocare congestione delle vie
respiratorie, asma, orticaria, eczema, edemi e, nel caso delle allergie
alimentari, diarrea, vomito, colite allergica, dolori, gastrite,
coliche. |
da Quark n.3 maggio 2001