Cosa sta succedendo sul nostro territorio? 

 

La direttiva 90/220/Cee definisce i tempi e i metodi che regolamentano l'immissione nell'ambiente di Ogm.

Vengono previste due fasi, B e C, che riguardano rispettivamente l'immissione in campo per la sperimentazione e per la commercializzazione.

Entrambe le fasi devono seguire la prassi prevista dalla normativa stessa: chi intende immettere nell'ambiente un Ogm deve notificare tutte le informazioni tecniche necessarie a ottenere l'autorizzazione da parte dell'autorità competente. In più punti della normativa viene chiaramente previsto il monitoraggio ambientale in riferimento a possibili mutazioni irreversibili degli ecosistemi ospitanti e alla salvaguardia della biodiversità.

Il dlgs 3 marzo 1993, n. 92, che recepisce la direttiva in questione, attribuisce al Ministero della Sanità il coordinamento delle attività di attuazione delle misure previste, d'intesa, per quanto di rispettive competenze, con i Ministeri dell'Ambiente, del Lavoro, della Previdenza sociale, delle politiche agricole, dell'Industria, dell'Università e della ricerca scientifica.

Sono state autorizzate in Italia, a partire dal 1995, circa 250 prove sperimentali di fase B e nessuna di fase C.

Di fronte ai rischi ambientali dovuti all'accelerazione delle richieste di autorizzazione delle fasi sperimentali e dell'immissione in commercio degli Ogm, il Ministero dell'Ambiente durante i lavori della  Commissione interministeriale non ha espresso parere favorevole alle nuove notifiche poste all'attenzione della Commissione ed anche il mondo agricolo, per voce delle associazioni di categoria Cia, Coldiretti e Confagricoltura, ha espresso formalmente perplessità sull'impiego indiscriminato degli Ogm.

Il Ministero dell'Ambiente ha costituito, attraverso un proprio decreto, un apposito comitato tecnico presieduto dal Ministro stesso, per definire gli indirizzi, i criteri e le modalità operative per la valutazione dei protocolli di monitoraggio relativi agli impatti sugli ecosistemi e sulle specie animali e vegetali degli Ogm, con particolare riferimento ai diversi livelli trofici delle catene alimentari, alle relazioni tra gli organismi, agli impatti sulla biochimica del terreno nonché sui cicli dell'acqua, dell'azoto e del carbonio e della sostanza organica.

 

Come fa un consumatore a riconoscere un prodotto contenente derivati di Ogm?

Dal primo settembre 1998 tutti i prodotti contenenti derivati di organismi modificati geneticamente dovrebbero poter essere riconosciuti dal consumatore attraverso la dicitura posta sull'etichetta "prodotto contente Ogm". In realtà questa etichetta non risulta nei prodotti in vendita in Italia.

Le ragioni sono da ricercarsi nel regolamento europeo che prevede l'etichettatura per i cosiddetti "cibi innovativi" (novel food). Quando il prodotto derivato da un Ogm è "sostanzialmente equivalente" a quello naturale, cioè non contiene né l'informazione genetica, né il prodotto dell'informazione genetica (ossia la proteina modificata), viene considerato identico a quello naturale. Questo vuol dire, per esempio, che la lecitina di soia, l'olio di semi di soia, l'amido di mais, per citare i più diffusi prodotti derivati da mais e soia, anche se provengono da soia e mais modificati non hanno bisogno di etichettatura perché sono "sostanzialmente equivalenti" a quelli naturali.

NOTA: il principio della sostanziale equivalenza mette di fatto sullo stesso piano la manipolazione genetica e la selezione dei caratteri tramite incrocio.

Anche nel caso della presenza di derivati che contengono l'informazione genetica modificata è difficile fare i controlli. Infatti, la soia manipolata importata dagli Usa arriva mescolata con quella non modificata.

È dunque evidente che per poter avere l'etichetta, e segnalare la presenza di organismi geneticamente modificati o di loro derivati, dovrebbe essere previsto un controllo "di filiera" che certifichi il processo attraverso cui il prodotto è ottenuto: insomma, "dal campo alla tavola".

 

Che vantaggio hanno attualmente i consumatori di cibi transgenici?

Finora circa il 99% degli investimenti nel settore della produzione è stato effettuato per l'acquisizione di informazioni genetiche in grado di migliorare la produttività e solo l' 1% per il miglioramento della qualità dei prodotti alimentari. Il risultato è che il consumatore si trova nelle condizioni di non avere nessun vantaggio dall'acquisto di questi prodotti, che ai fini nutrizionali non comportano nessun beneficio rispetto al prodotto non modificato.

E' questo uno dei motivi della crescente diffidenza verso tali alimenti. Risulta invece evidente che il primo destinatario di tutti i benefici è la multinazionale che produce e commercializza i prodotti transgenici.

 

Come bisogna porsi verso la ricerca biotecnologica?

La strada, a questo punto, è quella di favorire un cambiamento di rotta della ricerca in campo biotecnologico, da indirizzare verso prodotti sostenibili ( vedi anche uno sviluppo sostenibile) per la salute umana, l'ambiente e l'economia, che però non penalizzi i Paesi poveri, conservatori da millenni della variabilità genetica, rispetto a quelli ricchi, detentori dei brevetti.

Va insomma accertato che il bilancio costi-benefici delle biotecnologie sia a favore della collettività e sostenibile per l'ambiente.

Nella definizione classica lo sviluppo sostenibile è quello sviluppo che è in grado di soddisfare i bisogni delle generazioni attuali senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni.

 


 

vedi anche Come ci si difende da questi presunti pericoli?


Oggi le Xpiante autorizzate ad essere coltivate nell'ambiente senza controlli nel mondo sono almeno una quarantina, appartenenti ad una dozzina di specie. In Europa tali piante sono sette (mais, soia, radicchio, ravizzone, melone, zucca, tabacco). In Italia avvengono esperimenti autorizzati su tredici specie transgeniche (principalmente mais, pomodoro, tabacco e cicoria). Tuttavia il 25% della soia e del mais importati dagli USA contiene semi transgenici che entrano (sotto forma di lecitine, sciroppi di glucosio, emulsionanti, ecc) nella composizione del 60 % dei prodotti comprati al supermercato: cioccolata e dolciumi, bibite, gelati, pizza e pasta surgelata.

SPECIE CARATTERISTICHE PRODUTTORI PAESI
Canola composizione oli modificata Calgene, AgrEvo, Monsanto, Pgs usa, canada, giappone
Cotone tolleranza al Bromoxynil, al glifosato, alla sulfonylurea Monsanto, Calgene, DuPont usa, australia, messico
Lino tolleranza alla sulfonylurea  università di Saskatchewan canada
Mais Bt, tolleranza al glifosato e al glufosinato Novartis, Mycogen, Pioneer Hi-Bred, AgrEvo, Monsanto, DeKalb, Ragt  ue, usa, canada, argentina, giappone
Melone resistenza ai virus Limagrain ue(francia)
Patata Bt, composizione dell'amido modificata Monsanto, Avebe usa, giappone, olanda
Pomodoro maturazione ritardata Calgene, Zeneca, DnaP, Monsanto, Agritope inghilterra, usa, canada
Radicchio ibrido, maschio sterile Bejo-Zaden ue (solo coltivazione)
Ravizzone tolleranza al glufosinato, crescita invernale AgrEvo ue (inghilterra, olanda, francia, belgio, germania)
Soia  tolleranza al glifosato e al glufosinato Monsanto, AgrEvo ue (solo per importazione) usa giappone, argentina
Tabacco tolleranza al Bromoxynil Seita ue (non necessaria autorizzazione)
Zucchina resistenza ai virus Asgrow ue

tratto da Xlife:guida alle piante e agli animali transgenici ed. Avverbi

"Biotecnologie, il Veneto terzo laboratorio d'Italia"
Vegetali geneticamente modificati, il Veneto è al terzo posto nella sperimentazione in Italia. Con venti "campi a cielo aperto" sul suo territorio, la Regione si colloca subito dopo l'Emilia Romagna, che accogli 80 insediamenti e la Lombardia (40). Nel complesso l'Italia è il secondo Paese europeo per numero di campi: al 20 Agosto 1999 erano 248 quelli autorizzati dal Ministero della Sanità.
Nel Nord-Est le monocolture transgeniche riguardano soprattutto mais e soia, e in misura assai minore (solo due campi) la barbabietola da zucchero, che con altri due vegetali compone il tris delle piante su cui è più diffusa la sperimentazione in tutta l'Italia.  I territori interessati dai laboratori "a cielo aperto" si trovano nella gran parte in località delle province di Padova, Vicenza e Treviso.
Titolari dei progetti veneti e friulani sono colossi della chimica: le più impegnate sono la Monsanto Italiana, Novartis, seguono Kws Italia e Dekalb Italia.