L'Europa, affiancata da numerosi Paesi in via di sviluppo, e gli Stati Uniti, con i cinque alleati del cosiddetto gruppo di Miami, formato da Canada, Australia, Argentina, Cile e Uruguay, si sono sempre trovati distanti anni luce dal raggiungere un accordo sulle biotecnologie alimentari e su una serie di questioni quali
- la produzione e la commercializzazione degli Ogm,
- l'etichettatura dei cibi che li contengono,
- la sperimentazione dei raccolti,
- la brevettabilità dei nuovi organismi,
- i rischi per la salute,
- l'inquinamento ambientale e la perdita di biodiversità.
Risale al 1992 la prima importante discussione mondiale sul problema, in occasione del summit di Rio de Janeiro che si concluse con il cosiddetto Biosafety Protocol. Il trattato, che allora non fu ratificato per l'opposizione degli Stati Uniti, avrebbe permesso alle singole nazioni di bloccare il commercio di Ogm di cui non si conoscesse, ma si temesse, l'effetto negativo su salute e ambiente.
Anche un altro vertice mondiale, svoltosi sotto l'egida delle Nazioni Unite nel 1999 a Cartagena, in Columbia, si concluse con un nulla di fatto. Gli Stati Uniti e i loro alleati si erano opposti ai Paesi europei e a quelli in via di sviluppo che chiedevano la ratifica del trattato di Rio, proponendo come soluzione quella di dare ai governi la facoltà di rifiutare gli Ogm soltanto nei casi in cui i test scientifici ne avessero dimostrato la dannosità.
La discussione è continuata a Seattle dal 30 Ottobre al 3 Novembre 1999 in occasione del vertice dell'Organizzazione mondiale del commercio che ha visto esplodere la protesta di 50 mila attivisti contro i signori del Frankenfood. Quei giorni di protesta sono stati definiti i giorni della rivolta globale alla globalizzazione. 2000 Ong (organizzazioni non governative) da quasi 100 paesi, mettendosi in contatto grazie a Internet, hanno coordinato la loro azione ed hanno praticamente vanificato il vertice del Wto insieme ai suoi tentativi di liberalizzare ulteriormente il mercato, a discapito delle leggi nazionali e soprattutto a discapito della tutela dei diritti umani. La sommossa di Seattle richiede, forse, qualche ulteriore spiegazione. Il Wto, o Organizzazione mondiale del commercio, viene istituito nel 1995, in seguito alla firma dell'accordo di Marrakech, che conclude 8 anni di negoziati, noti con il nome di Uruguay round. Da allora 123 paesi, ora passati a 134, si impegnano a eliminare (o quanto meno ridurre) i dazi doganali, a trattare allo stesso modo i prodotti di ogni stato, a prescindere dalle caratteristiche economiche, sociali e politiche dello stato stesso; a trattare le compagnie straniere come quelle nazionali; a eliminare ogni forma di restrizione all'import-export. Il problema con il Wto è che esso dispone di poteri normativi in grado di limitare il margine di manovra politica degli Stati membri, e arriva a obbligarli ad adottare, in qualsiasi settore, le misure meno restrittive in materia di commercio, a prescindere dallo scopo da raggiungere. Tanto per fare un esempio gli Usa con queste regole hanno preteso che fosse eliminato il divieto europeo all'importazione di carne "prodotta con ormoni", il cui uso è vietato nei paesi dell'Unione europea, perchè ritenuto rischioso per la salute, nonché inaccettabile per il rispetto del benessere degli animali. Ma la più recente delle guerre commerciali, che si sta svolgendo in parte tra Usa ed Europa, ma soprattutto tra Nord e Sud del mondo, è quella che riguarda le piante transgeniche, Ogm in genere e brevetti biotecnologici che si è incentrata in gran parte della protesta dei manifestanti di Seattle. Tra le varie cose che i manifestanti chiedevano era il rispetto della Convenzione sulla biodiversità, firmata durante il Vertice dell'Onu di Rio de Janeiro del 1992. Risultato: la rivolta di Seattle ha vanificato il vertice del Wto, ed ha impedito una maggiore apertura alla liberalizzazione dei mercati, che avrebbe ulteriormente penalizzato l'ambiente e i diritti umani. Il vertice sulla biosicurezza si è potuto svolgere due mesi dopo a Montreal, lontano dal Wto.
Finalmente a Montreal, nel gennaio del 2000, 131 Paesi ( Compresi di Usa) hanno siglato una convenzione preliminare sulla biosicurezza sotto l'egida delle Nazioni Unite. Una convenzione, però, che riguarda soltanto il commercio internazionale di sementi e prodotti agricoli geneticamente modificati. Non si parla di cibi o prodotti lavorati. In pratica, si riconosce ai Paesi importatori il diritto di chiudere le frontiere agli Ogm, qualora non vi siano sufficienti prove scientifiche sulla loro sicurezza, senza temere ritorsioni commerciali. Secondo punto: l'etichettatura. Le sementi dovranno essere accompagnate dalla dicitura «potrebbe contenere Ogm», ma non è stata imposta la separazione fra prodotti convenzionali e modificati per i costi che comporterebbe un'etichettatura differenziata. A questo proposito sono stati concessi due anni di tempo, dopo l'entrata in vigore del protocollo, per definire più precisamente questo punto. L'Europa intanto ha già stabilito la regola che tutti i prodotti contenenti più dell'1 per cento di Ogm dovrà essere etichettato come tale. Il dibattito, comunque, continua e ogni Paese ha già preso o prenderà le sue decisioni. Gli agricoltori americani hanno già stabilito di ridurre del 16 per cento i campi coltivati con piante transgeniche rispetto al 1999 e una cinquantina di membri del Congresso americano , in seguito alle pressioni di organizzazioni ambientaliste e dei consumatori, hanno richiesto l'etichettatura dei cibi transgenici in commercio.