Biotec quotidiano

 

 

La rivoluzione nei supermercati

Grazie all'ingegneria genetica, infatti, si possono produrre cibi con valore nutrizionale aumentato o con caratteristiche diverse da quelle di origine. Gli oli sono gli alimenti che meglio si prestano a queste manipolazioni. Primo fra tutti quello di soia.

Come tutti gli oli vegetali, l'olio di soia è privo di colesterolo, ha un basso contenuto di acidi grassi saturi e contiene, inoltre, una miscela unica di acidi grassi specifici, gli omega 3 e omega 6, simili a quelli contenuti nell'olio di pesce, che hanno la proprietà di ridurre il rischio di malattie cardiovascolari. Alcune industrie stanno tentando di manipolare i semi di soia per eliminare del tutto gli acidi grassi saturi. Con un duplice risultato: incrementare la quantità di acidi grassi benefici per l'organismo e aumentare la stabilità dell'olio al calore, rendendolo più adatto alla cottura in forno o alla frittura.

 

Un altro esperimento riguarda il ravizzone: grazie alla manipolazione genetica, sono state ottenute varietà che contengono quantità praticamente nulle di acido erucico, una sostanza indesiderabile dal punto di vista nutrizionale.

 

È invece già in commercio negli Stati Uniti il primo olio vegetale ad alto contenuto di acido laurico (acido saturo, utile dal punto di vista nutrizionale), ottenuto dalla canola, una parente del ravizzone, geneticamente modificata: la nuova pianta contiene un gene dell'alloro della California che codifica per un enzima coinvolto nella sintesi dell'acido laurico. Il Laurical è un ingrediente fondamentale non soltanto dei saponi, shampoo e detergenti, ma anche di dolciumi, gelati, cracker, surrogati del latte e del cioccolato, in cui viene utilizzato al posto del burro di cacao.

 

Al Vegetable Improvement Center del Texas sono riusciti a produrre una carota, chiamata Betasweet, con il doppio del betacarotene contenuto in un normale ortaggio: alcuni studi sembrano suggerire che il betacarotene può avere un effetto protettivo contro i tumori e le malattie cardiovascolari. Non solo, i ricercatori stanno anche sviluppando una cipolla ricca di quercetina, altra sostanza a effetto preventivo sui tumori, e peperoni con un contenuto extra di vitamina C. 

 

All'Università del Wisconsin si sono sviluppate 

 

Ma la lista dei prodotti, frutto del connubio fra scienza e agricoltura, è lunghissima: 

 

 

Infine, molti laboratori, compreso quelli dell'Alfred Hospital di Melbourne, in Australia, stanno studiando anche la possibilità di somministrare vaccini attraverso i cibi, come 

Non esistono ancora sul mercato, ma, quando arriveranno, saranno probabilmente i primi alimenti da acquistare con ricetta medica.

 

Alla corte di sua maestà britannica

Le costolette d'agnello, servite con salsa di menta, uno dei pochi vanti della tradizione culinaria inglese, non corrono pericoli: saranno sempre transgenic free per il principe Carlo. Niente contaminazioni con geni estranei per l'erede al trono che si è dichiarato assolutamente contrario al cibo transgenico. Fino a prendere carta e penna per scrivere sul «Daily Telegraph», uno dei più letti quotidiani inglesi, condannando quella scienza che si permette di modificare il creato e ha la pretesa di invadere un territorio che «appartiene a Dio e a Dio soltanto.

D'accordo con il principe di Galles è anche una buona percentuale dei sudditi: un sondaggio del 1998 ha dimostrato che il 77 per cento delle persone intervistate vorrebbero mettere al bando le coltivazioni geneticamente modificate, mentre il 61 per cento non vuole mangiare cibi manipolati. A quest'ultima categoria di persone appartiene anche Guy Watson, uno dei più grandi coltivatori di vegetali del Regno Unito e un pioniere della guerra contro il genetíc food. Il pacato agricoltore britannico si è trasformato in un improbabile guerriero, per combattere una battaglia che ha infastidito le industrie alimentari europee e ha fatto tremare le stanze delle compagnie biotecnologiche americane. La sua pacifica fattoria, nella bucolica Buckfastleingh, nel sud-ovest dell'Inghilterra, è diventata, nella primavera del 1998, il fronte di una lotta agguerritissima. Il motivo? Semplice. Un terreno vicino alla fattoria di Watson stava per essere usato dal National Institute of Agricultural Botany per una coltivazione sperimentale di mais geneticamente modificato. Immediata la reazione di Watson, tormentato dall'idea che le piante sperimentali potessero contaminare, nel periodo dell'impollinazione, il suo mais naturale. Si rivolge così all'Alta Corte perché le piante sperimentali siano distrutte, sostenendo a gran voce che esperimenti di quel genere non sono quello che i consumatori desiderano e che i fatti corrono troppo in fretta perché si possa valutare adeguatamente il loro impatto sull'ambiente. Ma Watson ha perduto la sua battaglia: la Corte ha riconosciuto il diritto a coltivare il mais sperimentale. Schierati dalla parte del coltivatore ci sono però eserciti di attivisti che, per manifestare la loro protesta, seguono vie meno ortodosse: loro le coltivazioni sperimentali le distruggono con dei veri e propri blitz. In Gran Bretagna le associazioni di ecoterroristi nascono come funghi, comprese quelle di eco-femministe, tanto per mescolare un po' le ideologie. E danno battaglia, come è accaduto a Watlington (Oxfordshire), nell'agosto del 1998, due giorni prima dell'apertura ufficiale del Royal Slow, la più im portante fiera agricola britannica che si tiene ogni anno a Stoneleigh, nel Warwickshire. In quell'edizione, il programma prevedeva anche una serie di iniziative per mostrare ai convenuti i benefici dell'ingegneria genetica. Proprio in questa occasione, cinque donne, appartenenti a un nuovo gruppo, «GenetiX snowball», hanno distrutto 200 piante di colza della ditta Monsanto: le piante erano geneticamente modificate per resistere a un erbicida. Arrestate dalla polizia, sono state subito rilasciate. Ma il dibattito in Gran Bretagna ha assunto toni anche molto civili e forse più utili per una maggiore informazione del pubblico e una migliore comprensione di quello che sta accadendo nel campo delle biotecnologie in agricoltura. Un citizens' panel, organizzato dalla University of East London nel 1998, ha dato l'opportunità a dodici cittadini britannici, privi di conoscenze specifiche nel settore, di esprimere il loro verdetto sui problemi emersi dopo una discussione con un gruppo di specialisti. Il panel ha concluso che i cibi geneticamente modificati non offrono alcun vantaggio ai consumatori e che i rischi a lungo termine per l'ambiente e per l'uomo sono ancora sconosciuti e tutti da valutare. Ma non è contrario alla continuazione delle ricerche di laboratorio in vista di benefici futuri. La Gran Bretagna è stato uno dei primi Paesi europei a commercializzare i cibi transgenici. I supermercati Tesco, famosi per essere aperti 24 ore su 24, insieme con i negozi Sainsbury's, sono stati i primi a mettere in vendita una pasta di pomodoro geneticamente ingegnerizzato. Ora però, sulla spinta del popolo anti-biotech, molte catene di supermercati hanno fatto marcia indietro. A riaccendere la discussione sul cibo biotech, all'inizio del 1999, è stata là «vicenda Pusztai». Tutto parte da una intervista televisiva, messa in onda nell'agosto 1998 sul canale inglese ITV, l'atta a un ungherese giunto in Gran Bretagna dopo la rivoluzione del '56, Arpad Pusztai. All'epoca del programma egli era consulente al Rowett Research Institute di Aberdeen in Scozia. Alla domanda dell'intervistatore: «Mangerebbe cibo ingegnerizzato?», aveva risposto: « Le procedure sperimentali oggi usate per determinare la sicurezza di organismi transgenici nell'alimentazione sono inadeguate. È scorretto usare i nostri concittadini come cavie». Due giorni dopo Pusztai è stato licenziato dall'istituto. Lavorava su una patata modificata con un gene capace di produrre lectina del bucaneve, una sostanza che ha poteri insetticidi, e aveva osservato che i topi, alimentati con queste patate, avevano un sistema immunitario depresso. Da queste osservazioni, la sua presa di posizione. Nel febbraio del 1999 un gruppo di venti scienziati di tredici Paesi ha firmato un memorandum in sua difesa chiedendone la riabilitazione, mala sua ricerca, per quanto ospitata dalla rivista « Lancet» nell'ottobre del 1999, è stata accusata di essere scientificamente inaccettabile. La patata «bollente» di Pusztai, però, ha avuto un grande impatto sul pubblico. Tony Blair ha pubblicamente dichiarato che i prodotti transgenici sono sicuri e che lui li mangia senza esitazione. Nonostante questo, i supermercati britannici, da Sainsbury's a Safeway, da Marks and Spencer a William Morrison, hanno cominciato a valutare la possibilità di sospendere la vendita di prodotti con Ogm. Quali? Per esempio le zuppe vegetali, una specie di torta di pollo che gli inglesi chiamano chicken pie, e le verdure. E alla fine lo hanno fatto, proprio sulla spinta delle proteste dei consumatori. Sempre più diffidenti verso le biotecnologie nel piatto, gli inglesi, o meglio alcuni rappresentanti della ricerca, confidano, però, di risolvere proprio grazie alle biotecnologie un problema di sicurezza alimentare molto sentito nel Regno Unito: quello delle infezioni alimentari da salmonella che, ogni anno, colpiscono migliaia di persone. Un gruppo di veterinari dell'Institute for Animal Health di Compton, nel Berkshire, sono riusciti a identificare un gene antisalmonella nel pollame. Presente nel 10 per cento degli animali, li protegge dal batterio. Attualmente si calcola che almeno un uovo su 600-700 è contaminato dalla salmonella: il batterio viene ucciso dalla cottura, ma il pericolo rimane quando l'uovo viene utilizzato crudo, per la preparazione di salse come la maionese. La soluzione del problema sta, dunque, nell'identificare i polli che possiedono il gene protettore ed eliminare quelli che non ce l'hanno. Come? Attraverso un test sul sangue che è ora allo studio: si tratta, infatti, di mettere a punto sonde che riescano a scovare la presenza di frammenti del gene. Una tecnica squisitamente biotecnologica.

 

In Germania e Olanda

Niente contaminazione transgenica anche per la cucina tedesca dove il maiale la fa da padrone.

Partendo da queste considerazioni, i tedeschi hanno opposto resistenza al progetto di coltivare in Baviera patate modificate con geni che ne aumentano il volume e il contenuto di amido.

Dalla Germania all'Olanda. Nei supermercati olandesi e belgi, fra formaggi Edam e cioccolato Droste, sono stati messi in vendita, negli ultimi anni, almeno una cinquantina di prodotti contenenti organismi geneticamente modificati. E per di più sono etichettati come tali. I due paesi, a differenza di Austria e Lussemburgo che hanno da subito bandito i prodotti transgenici, sono stati, in un primo momento, abbastanza tolleranti. Anzi, in Olanda i ricercatori sono anche particolarmente attivi: intervenendo sul patrimonio genetico delle barbabietole, hanno ottenuto la produzione di un vero zucchero, non un succedaneo, del tutto naturale e a basso contenuto calorico, che non fa ingrassare e contribuisce così a prevenire le cardiopatie. Per di più, favorisce la digestione. L'invenzione è stata brevettata dall'Istituto per la coltivazione e la riproduzione vegetale di Wageningen, un importante centro agricolo presso Arnheim. I ricercatori sono riusciti a inserire un gene di carciofo di Gerusalemme nelle barbabietole, che sono state così indotte a trasformare il saccarosio, ricco di calorie, in fruttani, che ne hanno invece poche.Composti da una molecola di glucosio e da varie di fruttosio, i fruttani sono presenti nel carciofo, nella cipolla e nell'aglio: la mancanza, nello stomaco dell'uomo, di enzimi capaci di degradarli fa sì che non vengano digeriti, mentre le loro fibre creano un ambiente favorevole alla crescita di batteri «buoni» e producono acidi che contrastano le infezioni e contribuiscono a ridurre i livelli di colesterolo nel sangue.

 

«Genshutsinitiative» in Svizzera

Nella primavera del 1997, la Kraft-Jacobs-Suchard svizzera ha ritirato dal mercato 500 tonnellate di cioccolato Toblerone, dopo che i servizi di controllo delle derrate alimentari di Berna avevano scoperto che conteneva lecitina di soia transgenica, e l'industria si è impegnata a non utilizzare ingredienti derivati da organismi geneticamente modificati. Se l'industria svizzera si mantiene su posizioni tradizionaliste, il popolo svizzero sembra adeguarsi alle novità. Un referendum popolare, voluto dagli ecologisti nel giugno del 1998, sulla proposta di limitare le ricerche su piante e animali transgenici, è stato sconfitto. Il referendum è stato il primo del genere in tutto il mondo e la Genshutsinitiative, l'iniziativa per la protezione genetica, è stata respinta dal 66,4 per cento dei votanti, senza differenze sostanziali fra le diverse aree linguistiche del Paese. L'affluenza alle urne è stata del 40 per cento degli aventi diritto al voto. Gli svizzeri hanno dunque detto no al blocco totale della ricerca sugli animali transgenici, alla limitazione di quella sulle piante e al divieto di brevettare organismi geneticamente modificati. Ma qualcuno fa notare, con una certa malignità, come la più forte affluenza alle urne si sia registrata proprio nella zona di Basilea, sede dell'azienda biotecnologica Novartis, e che il blocco delle sperimentazioni avrebbe anche significato una perdita di posti di lavoro. Pochi mesi prima del referendum, le aziende farmaceutiche svizzere Novartis e Roche, e il gigante alimentare Nestlé, tutte interessate alle biotecnologie, avevano aspramente criticato la SwissAir, di cui tra l'altro sono clienti importanti, per la sua propaganda contro l'ingegneria genetica. La compagnia aerea assicurava, infatti, che i, cibi natural gourmet serviti a bordo erano privi di fertilizzanti, pesticidi ed esenti da manipolazioni genetiche. Obiezione delle tre industrie: non soltanto non c'è modo per garantire l'assenza di ingredienti geneticamente modificati negli alimenti, ma ci vuole anche un bel coraggio a chiamare «cibi» le razioni servite sugli aerei.

 

Ricette all'Italiana

A ognuno la sua trota, secondo i gusti: al cartoccio, con olive e pomodoro, o bollita, con la maionese. E chi si trovasse in qualche ristorante del Trentino potrebbe anche assaggiarne la variante al forno, avvolta nello speck. Ricette a parte, un dubbio potrebbe insinuarsi nella mente del consumatore. Che si tratti di una trota di allevamento? Niente di più facile, poiché, ormai, non si pesca più nei ruscelli. Pochi però immaginano che anche le trote possono essere geneticamente manipolate. Non proprio transgeniche, perché non contengono geni estranéi al loro Dna originale, ma comunque «triploidi», con cromosomi in più rispetto al normale, anche se di loro proprietà genetica. Come dire che, invece del normale corredo cromosomico, metà di origine materna e metà paterna, hanno un corredo cromosomico modificato artificialmente, in cui la parte materna è raddoppiata. Il che rende sterili gli individui prodotti, con il vantaggio, però, che crescono méglio. Quello che subiscono le uova, dopo la fecondazione, è un processo di semplice shock termico, un trattamento fisico senza manipolazione chimica: si eleva la temperatura dell'acqua dai normali 10°C a 27°C per venti minuti, poi si abbassa la temperatura e si continua l'incubazione delle uova. Stessa sorte tocca anche ai salmoni, che in Italia sono soltanto importati. Questi ultimi, una volta trasformati in specie triploidi, non soltanto diventano più grossi rispetto agli standard, ma proprio perché diventano sterili, non sono spinti a risalire i fiumi: restano in mare e possono essere facilmente pescati. Fra poco arriveranno anche orate e branzini, trattati alla stessa maniera. Il fatto che siano sterili, inoltre, rende impossibile che le specie naturali vengano alterate. L'Italia a tavola non sembra, comunque, pensare troppo a quello che mangia: basta che i piatti rispondano alle tradizioni e ai gusti abituali. Del resto un italiano su due non sa che cosa sono le biotecnologie. Un'indagine del Censis del 1999 ha rilevato che il 48,4 per cento degli intervistati non ne sa nulla, il 23,8 ha manifestato preoccupazione per i rischi e il 27,8, invece, si è detto favorevole per i benefici che intravede. Sta di fatto, comunque, che i cibi transgenici sono arrivati e anche nel nostro Paese, come altrove, attraverso la soia: lecitina o olio. Sono infatti circa 200 gli alimenti che contengono soia: dai gelati alle merendine, dai panettoni ai biscotti soltanto per fare qualche esempio. Negli ultimi tempi, però, sulla spinta delle associazioni dei consumatori, alcune catene di supermercati hanno deciso di non mettere in vendita i prodotti transgenici. Ma intanto l'industria sperimenta e, secondo i dati di Legambiente presentati nell'ottobre del 1999, l'Italia era seconda in Europa, dopo la Francia, nella sperimentazioni di coltivazioni biotech. Ora però sembra che nessuna industria sperimenti più in Italia perché le procedure per l'autorizzazione sono diventate molto complesse. Nella Pianura Padana, la Novartis ha provato il suo supermais. Lo stesso ha fatto la Monsanto con coltivazioni sperimentali di mais e soia transgenica a Maccarese, in provincia di Roma. E proprio quest'ultima è stata uno dei bersagli di un attacco di Greenpeace. Un commando ambientalista, nell'autunno del 1998, dopo avere ispezionato le coltivazioni e riscontrato «gravissime irregolarità», ha tinto di rosso e circondato con filo spinato due campi, delimitando la zona con cartelli con la scritta «X, esperimento transgenico: pericolo contaminazione». La ricerca italiana, in questo settore, è costretta ad arrancare. I motivi sono diversi. Il primo sta nell'esiguità dei fondi. Dal '90 al '95 i pochi ricercatori italiani, impegnati in questo settore, potevano contare sul programma Raisa, «Ricerche avanzate per l'innovazione nel sistema agricolo», un progetto coordinato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e destinato soprattutto alla ricerca universitaria. Ora, però, il progetto si è esaurito e non ne è stato ancora avviato uno nuovo e attualmente la ricerca pubblica italiana può contare soltanto sui fondi dell'Unione europea. Complessivamente gli stanziamenti del Raisa non hanno superato, in cinque anni, i 200 miliardi di lire, una cifra inferiore a quella necessaria a costruire un grande stadio di calcio. Denaro, tuttavia, che è stato ben impiegato perché i risultati non sono mancati. Un altro limite del nostro Paese sta nella mancanza di strutture industriali di dimensioni tali da sopportare uno sforzo produttivo imponente, come quello richiesto dalla produzione e dalla commercializzazione degli Ogm. In Italia le aziende impegnate nel settore sono di dimensioni limitate, mentre la concorrenza delle grandi multinazionali è particolarmente agguerrita. Inoltre, l'accesso ai progetti internazionali è, per i nostri ricercatori, inevitabilmente più difficile. In campo alimentare e zootecnico, dal '93 al '95, è stata autorizzata la sperimentazione di 63 organismi, piante e batteri, geneticamente modificati. Guardando soprattutto alle «specialità» italiane, come il pomodoro San Marzano, i ricercatori ne hanno messo a punto, in laboratorio, una variante transgenica. Nel pomodoro sono stati inseriti frammenti di Dna capaci di produrre proteine in grado di combattere il virus mortale del mosaico del cavolfiore. Negli ultimi anni l'infezione provocata dal virus ha notevolmente ridotto la produzione di pomodori, in Campania, rispetto agli anni Ottanta. La tecnica consiste nell'introdurre nella pianta il gene della proteina di superficie del virus la quale viene così prodotta dalla pianta stessa: quando il virus infetta quest'ultima e viene a contatto con la proteina, non si moltiplica. Altro ortaggio allo studio: la melanzana. Se ne stanno occupando i ricercatori dell'Istituto sperimentale per l'agricoltura di Montanaso Lombardo, vicino a Lodi, i quali hanno pubblicato i loro risultati su «Nature Biotechnology» nel 1997: la melanzana biotecnologica è senza semi, riesce a crescere anche a bassissime temperature ed è più dolce e tenera di quella che tutti conoscono. Contiene, infatti, un gene chimerico composto cioè da due porzioni: una derivante dal gene di una pianta, la bocca di leone, e l'altra dal gene di un batterio. Questo nuovo gene induce una maturazione uniforme, senza l'utilizzo di quegli ormoni che vengono attualmente impiegati. Questa melanzana viene testata in Sicilia e sarà presto sottoposta agli esami tossicologici e allergologici. L'ultima prova spetterà comunque ai cuochi: riuscirà a reggere il confronto con le melanzane tradizionali nella preparazione della famosa caponata siciliana o della gustosa parmigiana? Manipolazioni simili si stanno studiando anche per la lattuga in modo da creare varianti resistenti agli insetti e con un ridotto contenuto di nitrati. Ma non sfuggono alle sperimentazioni nemmeno peperoni, uva, pere e mele. E ancora: frumento, pesche e fagioli. Ci si può aspettare che l'ortolano si trasformerà, nei prossimi anni, in un rivenditore high-tech.

 

Le domande dell'Europa

Gli europei ne hanno fatto le spese proprio a tavola. La vicenda della mucca pazza ha suscitato non poche perplessità sulle capacità delle autorità sanitarie di garantire la sicurezza di quello che si mangia. Le ricorrenti epidemie di salmonella, che si verificano in molti Paesi europei, e la comparsa di una nuova variante di Escherichia coli, un germe che viene trasmesso attraverso la carne e che ha fatto alcune vittime in Scozia, costituiscono altri motivi che giustificano una certa diffidenza anche verso i «nuovi» prodotti biotecnologici. Le preoccupazioni di tutti coloro che, in Europa, temono le biotecnologie agroalimentari, sono concentrate soprattutto sui geni «estranei» inseriti nelle piante. 

Ma quali sono le domande che più frequentemente i cittadini si pongono? 

La prima: qual è il reale beneficio apportato dalle piante transgeniche? Per gli agricoltori è evidente. Il gene, che produce una proteina tossica per i parassiti, permette di risparmiar tempo e denaro: il tempo, che normalmente viene impiegato per distribuire gli insetticidi sui campi coltivati, e il denaro, che deve essere sborsato per l'acquisto dei pesticidi stessi. Lo stesso vale per i geni di resistenza agli erbicidi. Per i consumatori saranno più interessanti le piante transgeniche di prossima generazione poiché, grazie alle manipolazioni genetiche, avranno un profilo nutrizionale migliorato.

Seconda domanda: le piante transgeniche minacciano l'ambiente? È la questione più controversa. Per esempio, il 95 per cento del polline di mais cade a un metro e mezzo dalla pianta, dicono i rappresentanti delle industrie, e soltanto tre grani su 10 mila sono fertilizzanti: isolando correttamente le colture, i rischi di disseminazione dei geni estranei sembrano limitati. Lo stesso ragionamento non vale, però, per la colza e per le barbabietole che si incrociano coi «cugini» selvatici e i cui pollini si diffondono a distanza. Le barbabietole selvatiche potrebbero ibridarsi con quelle coltivate e queste ultime diventare resistenti all'erbicida, nel giro di due o tre anni.

 Ad aumentare le preoccupazioni a questo proposito è arrivato, nel maggio 1999, uno studio della Cornell University di New York pubblicato sulla rivista «Nature» che dimostra come le larve della farfalla monarca vengano avvelenate dai pollini transgenici prodotti da mais-Bt geneticamente modificato per produrre una tossina insetticida. Nulla esclude, infine, che la farfalla piralide possa diventare resistente alla tossina prodotta dal mais transgenico, come già avviene con gli insetticidi chimici: in questo caso la pianta resistente perderebbe tutto il suo interesse. Anche le conseguenze della disseminazione di questi geni attraverso la catena alimentare di uccelli e roditori e la loro influenza sul comportamento degli insetti impollinatori sono tutte da valutare.

Terza questione: le piante transgeniche possono provocare nuove allergíe? Un gruppo di ricercatori dell'Università americana del Nebraska ha voluto fare la prova, utilizzando una varietà di soia americana nella quale era stato introdotto un gene della noce del Brasile, un frutto notoriamente allergizzante. Somministrata a persone già allergiche alla noce del Brasile, la soia manipolata ha provocato un attacco allergico, mentre quella normale non ha avuto alcun effetto. Si tratta dell'unico studio in proposito ed è stato pubblicato sulla rivista medica «New England journal of Medicine» nel 1996. Il problema allergie potrebbe esistere e i produttori ne sono consapevoli. Ma va anche detto, per completezza di informazione, che un cibo «nuovo» può suscitare una reazione allergica mai verificatasi prima. È avvenuto per esempio qualche anno fa quando i kiwi, che non sono vegetali geneticamente manipolati, sono comparsi sulle nostre tavole e hanno cominciato a provocare reazioni allergiche nei consumatori. Non solo, ma l'uso delle biotecnologie può anche approdare a un risultato opposto, cioè disinnescare certe allergie. Ricercatori giapponesi, eliminando dal riso il gene di una proteina allergizzante, sono riusciti a sconfiggere una delle allergie alimentari più diffuse nella popolazione giapponese. L'inquietudine più grande viene, però, dal gene di resistenza a un antibiotico, l'ampicillina, introdotto nel mais come marcatore durante il lavoro di selezione. È stato dimostrato, in laboratorio, che questo gene può essere trasmesso dalle piante ai batteri e, dunque, almeno teoricamente, può arrivare, attraverso la catena alimentare, ai batteri della flora intestinale dell'uomo. Qualora l'ampicillina venisse utilizzata per curare qualche malattia infettiva nell'uomo, rischierebbe di risultare inefficace. Ma nelle colture, osservano i produttori, questa evenienza non si è mai verificata. E per di più, oggi, la metà dei batteri della flora intestinale sono già resistenti all'antibiotico.

 

 

Le risposte dagli Stati Uniti

Alcuni ricercatori hanno già evidenziato la possibilità di un trasferimento dei geni di piante transgeniche alle specie native attraverso i pollini. uno studio condotto dallo Scottish Crop Research Insitute di Dundee ha dimostrato che le api possono trasportare il polline di piante transgeniche per 4 chilometri.

 

Gli Stati Uniti hanno tutto l'interesse a difendere gli Ogm:

un terzo delle colture riguarda piante geneticamente modificate, con un giro di affari annuo di 50 miliardi di dollari e, secondo la World Intellectual Property Organisation, il 50% dei brevetti è americano.